Quarto ed ultimo libro della collezione MEDITERRANEA
Damasco, 2017.
La guerra ha trasformato la città più antica del mondo in un labirinto di checkpoint, alleanze provvisorie, macerie e silenzi. Lorenzo Silva, capitano delle forze speciali spagnole, arriva in Siria con un nome che lo protegge più di quanto lo racconti. Dimitri, contractor senza bandiera, vive invece come un fantasma: incarichi sporchi, armi, stanze in affitto e nessun posto da chiamare casa.
Non dovrebbero fidarsi l’uno dell’altro. Non dovrebbero nemmeno somigliarsi.
Eppure, tra missioni al limite, strade sorvegliate, caffè che resistono alla guerra e persone comuni costrette ogni giorno a scegliere come sopravvivere, qualcosa cambia. La violenza avvicina chi avrebbe dovuto restare distante. La paura rivela chi resta. La guerra toglie tutto, ma a volte lascia una parola difficile da spiegare: fratello.
FRATELLI è un romanzo di guerra, amicizia e memoria. Un passo indietro nel tempo nella collana Mediterranea: prima del casale, prima della tavola condivisa, prima che certi nomi diventassero famiglia.
Quando parlo, quando rispondo, dovrei essere certo che chi ascolta abbia capito il senso di quello che sto dicendo.
Non lo sono quasi mai.
Dico una frase, la sento uscire chiara come mi suona in testa, e vado avanti. Dall’altra parte quella frase arriva dentro un’altra testa, un’altra vita, e può diventare un’altra cosa.
Scrivendo di questo, mi sono accorto che ci stavo mettendo anche qualcos’altro. Ci sono uomini che eccellono in una cosa ma sono distratti su tutto il resto. E che accanto a loro c’è quasi sempre qualcuno che sistema, che tace e che meriterebbe un’attenzione particolare, un grazie che non arriva mai.
Fatti e circostanze sono invenzione pura. I luoghi no, come ormai sapete. Sono posti che amo. Anche il Camino del Sacromonte, dove ho voluto far accadere parte di questa storia. E vi garantisco che a piedi, in salita, d’estate, è molto più lungo di quanto sembri.
Questo libro l’ho pensato in macchina, mentre andavo da Siviglia a Córdoba, davanti alle colline coperte di mandorli e ai cortijos bianchi che si vedono a qualche centinaio di metri dalla strada. Mi chiedevo chi ci vivesse, cosa accadesse dietro quei muri e che cosa si dicessero a tavola la sera.
Il resto mi è arrivato guardando gli appartamenti del centro storico di Siviglia, dai portoni che si aprono su un patio fresco mentre fuori ci sono quaranta gradi, dalle scale di marmo consumate da generazioni di passi. Luoghi capaci di conservare le tracce di chi li ha abitati molto più a lungo delle persone.
All’inizio ho pensato di scrivere la storia di un uomo che aveva taciuto per proteggere la propria famiglia. Poi ho capito che era qualcosa di diverso.
Ci raccontiamo spesso che certe scelte le facciamo per gli altri. Che tacere è prudenza, che lasciare le cose come stanno evita sofferenze, che alcune verità possono distruggere quello che abbiamo costruito.
A volte è vero. A volte sono solo alibi per convivere con le nostre paure. E il tempo, che sembra aiutarci a dimenticare, fa esattamente l’opposto. Conserva
Una lettera, un orologio, un pezzo di carta, possono aspettare anni, senza fretta. Poi, un giorno, tornano a chiedere conto delle nostre scelte.
Ignacio, Carmen, Rafael e gli altri personaggi sono inventati. Inventati sono anche il cortijo sulla collina e l’albergo davanti all’Expo.
Le colline dei mandorli, invece, sono ancora lì, ai lati della strada.